Cinzia Bomoll - Non dire gatto - recensione

Non dire gatto

di Cinzia Bomoll – Ponte alle Grazie edizioni

“Non sono una guardia conforme”, trova queste parole Nives Bonora per definirsi di fronte a Delcisa, una ragazzina minorenne e disabile, caduta in una rete di manipolazione e sfruttamento ai danni di persone fragili. Cinzia Bomoll torna in libreria con Non dire gatto, edizioni Ponte alle Grazie, la seconda indagine di Nives Bonora, l’ispettrice di Polizia ferrarese, già protagonista de La ragazza che non c’era. Sullo sfondo, il paesaggio fuori le mura di Ferrara, la campagna, i paesi dall’atmosfera rarefatta e metafisica, quasi privi di presenza umana, dove una setta, da anni, pratica riti e circuisce chi convive con un disagio, un dolore, un vuoto irreversibile.

Cinzia Bomoll - Non dire gatto - recensione

Nives, piuttosto insofferente al protocollo, si trova fuori dall’indagine che riguarda il ferimento di un collega, Fabio Pizzi, fratello di Delcisa con cui la poliziotta intreccia un rapporto di protezione e fiducia, mentre conduce un’indagine parallela, fatta di intuizioni, dettagli e coraggio di spingersi dove verità e pericolo si confondono. Il romanzo è anche un’osservazione analitica sul tema della manipolazione psicagogica verso persone che credono di avere perso tutto e consegnano la propria disperazione a una setta che, praticando rituali macabri, riaccende la speranza promettendo salvezza. La desolazione fra le case sparse della campagna è, per la setta, il non luogo ideale in cui agire e mistificare gli incontri fra gli adepti. Nives, particolarmente abile a “entrare subito in confidenza coi luoghi lugubri e abbandonati”, arriva prima della polizia, collega, capisce, inciampa là dove l’indagine ufficiale le sbarra la strada.

Il commissario Brandi, a capo del caso, è ancora una volta un ostacolo al lavoro e alla stabilità emotiva di Nives. La loro relazione è la collisione fra due solitudini che faticano ad abbandonarsi all’altro. Gli incontri avvengono di notte in una chiatta attraccata alle sponde del Po, nulla tra Brandi e Nives può essere luminoso, il lavoro li obbliga a nascondersi, la loro natura, invece, a non scegliersi mai fino in fondo, a non sapere quale posto occupino nel profondo. “Ma è amore o un suo refuso” si chiede Nives, perchè lei e Brandi sono simili, ancorati a un passato che impedisce di essere liberi di amare, di dire all’altro cosa rende speciale l’incontro. Ricerca, cedimento, rifiuto e poi ancora ricerca, Nives e Brandi ricominciano ogni volta senza mai avere interrotto nulla, provano ad amarsi un po’ ma non ci riescono. 
Nives per prima oscilla tra bisogno e allontanamento, chiusura e condivisione, “le persone entrano ed escono dalla mia vita e non si chiedono mai cosa si lasciano alle spalle. Non sanno che io resto ad aspettare il loro ritorno. E che ogni volta il mio cuore si fa più piccolo”. 
L’ispettrice Bonora non è alle prese solo con l’irrisolto verso il commissario Brandi e l’indagine a latere sul ferimento di Pizzi. C’è una prova che la spinge a fare i conti con la sua famiglia disfunzionale. Il rapporto difficile con il padre Tonino, ex maresciallo dei Carabinieri, trova un senso in una nuova complicità: il conflitto fra padre e figlia sfuma in una richiesta di aiuto da parte di Nives nella risoluzione del caso. Le informazioni e l’intervento di Tonino saranno determinanti per la vita di Nives che, nello stesso momento, dovrà riconsiderare anche il rapporto con la madre, lontana da troppi anni e con cui l’unico canale di comunicazione mai venuto meno è stata la poesia. Ma il dolore che Nives, abbandonata dalla mamma da ragazzina, si è portata dentro condizionando il suo modo di amare, potrebbe evolvere: è il momento di perdonare e perdonarsi.