Gianluca Morozzi - Blackout - recensione

Blackout

di Gianluca Morozzi – Tea edizioni

Dentro quell’ascensore, a respirare quell’asfissia crescente e vivere quella disperante impotenza, ci siamo anche noi che leggiamo. Blackout, il romanzo cult di Gianluca Morozzi, è uscito per Tea nella sua quinta edizione. Perchè dovremmo leggere, o forse rileggere, un libro del 2004 in cui si parla di televideo e di cellulari preistorici? Perchè il nero dell’animo che non si ferma di fronte al male, anzi lo cerca, lo compie e se ne beffa, è attuale.

Gianluca Morozzi - Blackout - recensione

Tre persone, Claudia, Tomas e Aldo Ferro che non si conoscono salgono, a ferragosto, sullo stesso ascensore che a un certo punto si ferma. E non ripartirà.
Ma chi siano quei tre, una barista arrabbiata appena uscita dal lavoro, un giovane che sogna un treno per Amsterdam e un proprietario di locali notturni incline al sadismo e alla perversione, lo sappiamo solo noi: Gianluca Morozzi ci ha preparati raccontando quelle tre vite lontane fra loro, come tre sentieri che a un certo punto si congiungono e vanno verso la stessa fine. Il caso li ha fatti incontrare davanti all’ascensore di un palazzo di periferia, tutti e tre salgono in quei pochi metri quadrati con il carico di una giornata di lavoro, un sogno da acchiappare e un disegno perverso da portare avanti. Lo spazio chiuso e claustrofobico di un ascensore è il teatro di un impazzimento: chi riuscirebbe a stare segregato per ore, al buio e senza più aria con degli sconosciuti?

“Tre persone razionali, di colpo, diventano nient’altro che vespe in un bicchiere rovesciato”: osserviamo quelle bestie imprigionate, i loro atteggiamenti, il cambiamento d’umore, il tentativo di lucidità, lo scoramento, il bisogno di vie di fuga. Gli istinti primordiali e più brutali affiorano, ma anche la forza disperata di salvarsi. Aldo Ferro non riesce a dominare l’animale che si porta dentro, Claudia si difende, Tomas dimostra coraggio. E noi sentiamo il formicolio degli arti che non hanno spazio, la gola arsa, il bisogno di liquidi, contiamo i minuti di quell’angustia, rallentiamo il respiro per non sprecare ossigeno, sentiamo il cattivo odore che fanno gli altri, ci scansiamo temendo che il corpo sudato di Aldo Ferro stia sfiorando anche noi.
Ma come è possibile che per ore nessuno risponda alle grida, nessuno senta? E’ possibile solo se qualcuno ha deciso che tutto questo doveva accadere, ma quel qualcuno ha fallito: non è riuscito a prevedere cosa sarebbe accaduto davvero nella realtà, quando la variabile impazzita è l’uomo.

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