di Daniele Bresciani, Bompiani edizioni
Una nave mercantile da cui pendevano vite umane, un’immagine dell’agosto 1991 ancora oggi impressa nella memoria. Quell’evento che fa parte della storia di un popolo, ma anche dell’Italia, è incardinato nel romanzo La lince sa aspettare, di Daniele Bresciani, edito da Bompiani. Ambientato a Milano nel 2021, il romanzo, di cui è protagonista il commissario Miranda alla sua terza indagine, scava nella drammatica dittatura di Enver Hoxha, in quell’esodo disperato del 1991, poi approdato sulle coste pugliesi, e nella successiva guerra civile.
In un’afosa estate milanese di trent’anni dopo, vengono compiuti delitti riconducibili a un gruppo di giovani albanesi su cui Dario Miranda cerca di venire a capo. L’ispettore si muove tra una lingua incomprensibile, malavita, un’associazione di volontariato dedita all’accoglienza di immigrati albanesi e una serie di rivoli che sembrano spingere sempre più lontano dalla soluzione.

Il carattere ruvido e saturnino di Miranda deve fare i conti con le due donne che costellano la sua vita: la giovane agente Andrea Brunner, intuitiva e sincera al limite dell’irritazione nel fargli presente che la sua incapacità di dire alle persone a cui vuole bene ciò che pensa, fa più male a lui che a loro.
E la magistrata Chiara Baroni. Il legame tra i due è fatto di stasi e fughe in avanti, di mancanze e non detti. Miranda è monosillabico, sfuggente. Chiara si scontra con un uomo che non sa alfabetizzare ciò che prova e che, al primo appuntamento, aveva sfoderato la carta della “insopportabile sopravvalutazione del bisogno”.
Il bisogno dell’altra persona – nella primitiva visione di Miranda – quando questa viene meno, non è poi così paralizzante come la mancanza di cibo, di acqua. Si va avanti lo stesso, semplicemente si continua a vivere.
Chiara afferra al volo che tutta quell’apologia dell’autosufficienza dei sentimenti altro non è che paura da parte di un uomo tanto enorme di stazza quanto complicato nell’ammettere che, invece, può succedere di mancarsi, di sbagliare, di avere bisogno di qualcuno come dell’acqua. Anche una persona incline a quel richiamo profondo della solitudine come lui, da quando Chiara è nella sua vita, capisce che non è una iattura desiderarla accanto.
Chiara vede la difficoltà di Miranda a convivere con l’errore, con il peso di chi non si perdona di avere sbagliato e non conosce l’indulgenza verso se stesso, sentendosi spesso in fallo. E non manca di farglielo comprendere in uno di quei momenti in cui loro due sanno sfrondare le distanze per arrivare finalmente a toccarsi.
Accanto all’indagine che procede grazie all’aiuto dell’informatico Gianni Losi, alla vivace disobbedienza di Andrea Brunner e al Vertebra, un tecnico rintanato in laboratorio, conosciamo la storia di Besa, una giovane donna albanese scappata dalla sua terra. Besa è la moglie di un militare criminale del Sigurimi, una forza di polizia segreta, che per tutta la vita la cercherà in quanto custode di un segreto finanziario che pare giustificare qualsiasi crudeltà.
Il romanzo si sviluppa seguendo un ritmo alternato tra presente e passato, Milano, Bari e l’Albania, Miranda e Besa accudita da Fatmir, un uomo a cui per vendetta hanno tagliato la lingua, ma che scrive quelle parole d’amore che non può più pronunciare. A Fatmir non spaventa l’attesa, ha vissuto fuggiasco tra i monti per anni, ha protetto Besa e i suoi figli cercando per loro una vita diversa e fuori dai pericoli dell’Albania.
La lince sa aspettare è un romanzo che commuove e agita perchè evoca mancanze, mostra le gabbie che a volte scegliamo e quelle in cui invece veniamo costretti. Miranda, Chiara, Besa e Fatmir cercano tutti un modo per stare insieme, per ritrovare l’altro, sapendo anche aspettare.

