di Valerio Varesi – Neri Pozza editore
“La politica non ha sesso, ma la sensibilità politica può essere diversa. E lo è se il mondo è osservato da una donna”.
Lo sguardo di Teresa Noce, detta Estella, fu quello di una femminista che, ben prima che si affermassero i movimenti femministi, praticò la solidarietà verso le altre donne e la battaglia ostinata per il riconoscimento dei diritti, in un’Italia uscita dalle macerie della seconda guerra mondiale. Valerio Varesi ha pubblicato per Neri Pozza Estella, la vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce, un romanzo di una donna in tumulto, raccontata attraverso le lotte che fece per conquistare un minimo di parità nel partito (il Pci) e nella società per altre donne lavoratrici. Varesi sa narrare Estella soprattutto entrando nel suo pensiero libero, innovatore, rivoluzionario, ma non meno intimo, sofferente, titanico in tempi in cui la donna, quasi per colpa ontologica, non poteva azzardare nulla. Figuriamoci richiedere un lavoro degnamente retribuito, una legge sulla maternità o un ruolo pubblico.

Sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbruck e alla clandestinità all’estero, Teresa Noce, partigiana, spese la sua vita per lotte sindacali, attività parlamentare, crescita dei figli e difesa dalle troppe umiliazioni prima di tutto dentro al partito. Quasi una stigma non essere nata bella, nè ricca, Estella prese parte attiva in un mondo politico maschile e maschilista per il quale appariva, inizialmente, poco più di una mascotte da guardare con simpatia ma, per natura, senza autorevolezza. “C’era sempre uno scarto tra ciò che si professava dentro il partito e i comportamenti. Ho gradatamente compreso che la maturazione delle coscienze restava un passo indietro e che molti compagni non ragionavano molto diversamente dagli altri uomini, cattolici o liberali che fossero”. Ma erano le donne, prima ancora degli uomini, a dover affrancarsi da una tradizione e da una cultura di sottomissione appresa e accettata da secoli.
Le madri avrebbero dovuto educare i figli maschi, diceva Estella, ai lavori domestici per non pretendere un domani di essere serviti dalle mogli. “Malgrado noi tutte parlassimo di emancipazione, l’inerzia dei comportamenti ancorava le donne a una pavida remissività”. Teresa Noce, mentre parlava alle donne e mobilitava lavoratrici, continuava a vedere, in loro, la tentazione alla subalternità silenziosa verso l’uomo. Un condizionamento culturale assimilato tramite modelli e storie e incistato nelle donne stesse che, lo dirà anche Michela Murgia molto dopo, è la prima battaglia da affrontare da parte delle donne.
Estella si impose perché nella Costituzione il matrimonio non fosse definito indissolubile: “noi siamo per il divorzio e contro l’indissolubilità del vincolo”, diceva anticipando lotte e conquiste degli anni successivi. Il suo matrimonio andò in pezzi e il partito provò a calare un velo di perbenismo e peloso moralismo. Fu uno dei tanti tradimenti subiti da Estella nella sua vita in cui gli ideali non aderivano mai alla prova della realtà: i compagni di viaggio erano diventati i nemici che lei non aveva saputo riconoscere.
Dopo quarant’anni di attività, Teresa Noce si allontanò dalla politica e la scrittura fu l’approdo di un animo indomito che trovò nella narrazione una possibilità di esercizio della libertà. Nonostante il ritiro a vita privata, Teresa Noce continuò a sentire come un fallimento personale che il mondo, soprattutto la politica, avesse ancora un’impronta al maschile e non ci fosse parità salariale, “primo stadio dell’indipendenza e dell’emancipazione”. Scrivere biografie di donne paradigmatiche, come Camilla Cederna e Ana Pauker, le parve allora un modo per provarci ancora a fare comprendere che un altro ruolo, per le donne, era possibile.
Estella sarà presentato il prossimo giovedì 30 aprile alle 20:30 nella sede Udi, via Terranuova 12/B, Ferrara

