di Elena Pigozzi – edizioni Mondadori
C’è un brulicare di donne attorno a Villarey. Sono le sarte che con una saggezza pratica salvano vite, combattono il regime e corrono rischi grossissimi. Le sarte della Villarey di Elena Pigozzi (Mondadori) è una storia vera, come spiega l’autrice nei ringraziamenti finali, scritta attingendo a una bibliografia storica e saggistica che ricostruisce l’occupazione di Ancona nel 1943, i rastrellamenti, la distruzione di una città.
Villarey è un luogo in cui ci sono soldati italiani fatti prigionieri ed è l’ambiente di lavoro di alcune donne, Alda, Laura, Mimma, Ersilia che non si accontentano di eseguire ordini aggiustando divise o rammendando la biancheria dei militari.

Queste donne devono lavorare per chi ha tolto loro un familiare e ha militarizzato la città privandole della libertà. L’appiattimento nella quotidiana fatica e nei gesti sempre uguali del cucito e del bucato accompagnati dalla paura della prossima sirena, non fiacca i pensieri e la volontà di nessuna di loro.
Alda, una veterana della Villarey, inventa uno stratagemma per mettere in salvo alcuni soldati prigionieri. Alda non sa leggere nè scrivere, ha perso il marito, le figlie se ne sono andate e allora tutti quei soldati italiani da salvare sono figli suoi, ma anche di tutte le altre donne che contribuiscono all’evasione. Tra queste anime c’è una forma di collaborazione fiduciosa che non chiede spiegazioni.
In un momento storico in cui sospetto e delazione possono essere fatali, le sarte della Villarey rischiano per il prossimo, per la libertà dell’altro e per un ideale di futuro.”E alle donne, chi ci fa caso?” Ovviamente nessuno.
Nessuno presta loro importanza sottovalutandone, quindi, intelligenza e pragmatismo. Se non fosse stato per loro, la Storia avrebbe restituito meno figli alle famiglie, “sono le mani che cambiano il mondo”, dirà Pietro, un soldato sopravvissuto alla deportazione.
Ma le operose sarte della Villarey non sono intimidite dal clima di oppressione e controllo, escogitano un’evasione che ha un che di grottesco, quasi burlesco, almeno finché dura. E di fronte a un errore, Alda cambia strategia, esiste sempre un altro modo quando la causa è giusta, quando l’alternativa è che i giovani siano spediti in un campo di concentramento.
“Forse è questo il modo per reagire alle ferite, alla guerra, alla follia, alla mancanza e alla paura. Mettersi vicina a Mimma, Alda, Ersilia. Stare fianco a fianco, afferrare ago e filo, accostare i bordi della stoffa, finché si ha pronto un nuovo abito per un altro soldato. Fare. Fare senza fiatare, una lotta contro il tempo”.
A pensarlo è Laura, una ragazza che, dopo la morte della madre e la chiamata alle armi del padre, trova in Alda un punto di riferimento, una collega e complice. Laura è giovane, deve imparare a cucire e a gestire quel che rimane della sua famiglia, Milo, un fratello più piccolo da crescere in mezzo agli orrori della guerra. Più i tedeschi occupano la città, confiscano beni e procedono ai rastrellamenti, più Laura vede Alda essere presente per chiunque, lottare e implorare i tedeschi di non caricare quei ragazzi: “Esiste il cuore che spinge ad andare avanti, ad alzare le braccia, a dire basta. A sfidare chi ti ha pestato un piede, chi ti ha strappato la giacca. A stringere le mani e metterle in movimento”. Alda allarga le braccia, contiene e protegge chi può. Il suo obiettivo ostinato tiene insieme tutte le sarte della Villarey, le anima, fa accantonare la paura e la sua forza paralizzante. C’è uno scopo molto più alto di fronte al quale bisogna farsi forza, stringersi e ignorare lo sguardo minaccioso di un tedesco che imbraccia un’arma: praticare la Resistenza con ago e filo.

